ECOMOSTRI & CO.

23 dic 2011, Posted by Pisutzu in news, No Comments.

ECOMOSTRI & CO.


Fotoinserimento di progetto con la torre di Intesa San Paolo all’interno dello skyline di Torino

Quando sulla stampa locale si discute degli interventi di trasformazione del nostro territorio ricorre spesso il termine “ecomostro”. Per elencare i significati a questo attribuiti riporterò di seguito alcuni esempi.

Torino ha recentemente ospitato un vivace dibattito, a seguito dell’annuncio di alcuni progetti urbani, tra i quali il più discusso è certamente la torre di Intesa San Paolo, ad oggi in cantiere nei pressi di Porta Susa. Sebbene non manchino alcuni contributi alternativi, la quasi totalità del dibattito si è incentrata sul chiedersi se il grattacielo (sia quello in questione, che un qualunque grattacielo) fosse “adatto” o meno al “panorama” della città, dove i “tradizionalisti” non vorrebbero “deturpata” l’icona della città, e i “modernisti” accoglierebbero con favore un edificio “nuovo”. La stessa amministrazione comunale, come per indicare la soluzione alla vicenda, ha deliberato una “moratoria sui grattacieli”, che vieta l’elevazione di edifici sopra una certa soglia, posta a quota ragionevolmente più bassa della Mole Antonelliana(1). Il termine “ecomostro” è qui utilizzato per definire un intruso, per condannare un elemento “calato dall’alto” che altera l’immagine consolidata del panorama urbano di Torino.

Spostandoci a Milano, il Corriere della Sera cita i cinque ecomostri che “feriscono” la città (2). Si tratta di casi non molto differenti tra loro.

Immagine dell'edificio mai completato dello scalo di San Cristoforo a Milano

Cito tra questi l’ampliamento dello scalo ferroviario di San Cristoforo, oggi allo stato di rudere e, cito il giornale, periodicamente interessato da “sgomberi e occupazioni di famiglie di rom e disperati”, sul quale è stato fatto un progetto di riqualificazione da parte dello Studio Albori, esposto alla Biennale dell’Architettura di Venezia dell’anno scorso e denominato appunto “ecomostro addomesticato” .

In questa vicenda il significato di “ecomostro” deriva dall’essere, oltre che incompleto, quindi “brutto”, anche inutilizzato, quindi “trascurato” e fuori controllo, ovvero passibile di attività clandestine, rientrando a ragione nel tema, caro alla stampa locale e alla cittadinanza in genere, del degrado urbano, inteso ancora una volta in termini di immagine. Gli esempi simili non mancano ovviamente più vicino a noi. Il caso più noto è sicuramente quello diPorta Europa, a Bologna l’edificioa ponte su via Stalingrado che ospita gli uffici Unipol, per il quale non è mancato l’appellativo di ecomostro, in virtù del suo aspetto architettonico.(3)

L'edificio di Porta Europa in via Stalingrado a Bologna

Vale la pena ora riportare l’origine del termine. “Ecomostro” o “mostro ecologico” è un neologismo di Legambiente coniato per l’Hotel Fuenti, un albergo di 7 piani costruito alla fine degli anni sessanta sulla costiera amalfitana, nel Comune di Vietri, su un promontorio roccioso, a pochi metri dal mare (4).

In tal caso l’intervento certamente ha disastrose conseguenze sul paesaggio, ovvero sull’aspetto del territorio, ma soprattutto ne compromette una zona particolarmente fragile e limitata, di interesse per la collettività, che viene irreparabilmente alterata per l’interesse privato di un risicato numero di individui. Qui la questione riguarda un rapporto ben più strutturale con il territorio, rispetto alla mera questione di immagine.

Per citare un caso più vicino alla nostra realtà, a Sanguineda nel Comune di Vergato dal 1985 sono stati costruiti 39 fabbricati abusivi all’interno di un

Immagine dell’Hotel Fuenti a Vietri, Salerno

sito di interesse comunitario, grazie alla condiscendenza del tecnico comunale, al quale tra l’altro non è stato riconosciuto alcun reato in relazione al danno inflitto (5).

In analogia con l’Hotel Fuenti i fabbricati abusivi sono a ragione definiti ecomostri, perché compromettono un’area di valore a vantaggio esclusivo di una quarantina di famiglie.

La mostruosità ecologica a cui mi sto lentamente avvicinando, attraversando le tipologie più note di ecomostro, partendo dal palazzone e dal rudere, e passando per l’abusivismo edilizio alternativamente appariscente o di nicchia, è talmente sotto ai nostri occhi da essere routine, pratica contemporanea non diversa dallo shopping, che in analogia ad essa si manifesta sul nostro territorio come un impulso incontrollato di libertà individuale che non è dissociabile dalle stesse città che abitiamo. Ne è anzi la medesima sostanza e ne costituisce i processi più ordinari.

Riporto alcuni dati. L’Istat rileva che solamente negli ultimi 4 anni si è verificata una perdita di superficie agricola utilizzata (SAU) pari a 372 migliaia di ettari a livello nazionale (6), il che significa che in Italia viene persa un’area da coltivare equivalente alla dimensione di 400 campi da calcio in un solo giorno. L’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo riporta tra il 1976 e il 2003 un’urbanizzazione di 80.964 ettari solamente in Emilia Romagna, con una velocità di 7,5 mq per abitante in un solo anno (7).

Immagine di un insediamento disperso in Lombardia (fonte: bing.com)

In Lombardia, che rappresenta la regione più evoluta in termini di osservazione del fenomeno, sono stati antropizzati negli ultimi 2 anni 1.400 ettari di suolo solamente nella provincia di Milano e 1.600 ettari soltanto a Brescia (8).

Ciò di cui stiamo trattando rappresenta una perdita non reversibile di una risorsa limitata, quella del suolo, necessaria non solo alla produzione alimentare o alla biodiversità, ma anche a diverse funzioni ambientali, come il controllo idrogeologico o il sequestro di carbonio, e che costituisce anche l’unica superficie di appagamento dei nostri desideri abitativi, di aggregazione sociale o di fruizione.

La portata del fenomeno fa si che l’attenzione vada posta sugli ecomostri più diffusi, che riguardano il tessuto insediativo delle nostre città. Tale mostruosità non riguarda uno sporadico intervento a noi perlopiù sconosciuto. Riguarda i luoghi in cui viviamo e le nostre abitudini.

Immagine di un insediamento disperso in Veneto(fonte: bing.com)

Anzi sono i nostri stessi comportamenti che hanno reso il fenomeno più intenso, come dimostra l’European Environment Agency rilevando una crescita delle aree edificate ben superiore alla crescita della popolazione, se non addirittura in presenza di un calo demografico (9). Un’interruzione drastica del consumo dei suoli è impensabile proprio a causa dei nostri desideri, connessi alla voglia di “verde” e di agio, e dei nostri stili di vita, sempre più legati all’utilizzo dell’auto. A incentivare il sistema è la forza propellente del mercato immobiliare, dove la rendita deriva esclusivamente dalla prossimità a dotazioni di servizi e accessibilità, e non tiene ovviamente conto dei costi collettivi degli insediamenti dispersi, che oltre a consumare più suolo risultano più dispendiosi dal punto di vista energetico e sociale. Ne è la dimostrazione la crisi evidenziata da Jessica Bridger dei sistemi residenziali suburbani americani (10), nei quali in forma particolarmente acuta si è riscontrato il malessere economico, insediamenti dove i luoghi di lavoro e i servizi di base (il centro commerciale, l’ambulatorio medico, la scuola, ecc.) risultano particolarmente distanti, il costo della benzina aumenta e il trasporto pubblico è insufficiente, se non del tutto assente.

Immagine di un insediamento disperso in Friuli Venezia Giulia (fonte: bing.com)

Nel frattempo quel che accade nel nostro Paese è che gli stessi enti che dovrebbero difendere gli interessi della collettività e dell’ambiente fanno cassa sulle aree edificabili. Come dimostra Salvatore Settis nel suo ultimo saggio, gli oneri di urbanizzazione, senza il vincolo di essere investiti sul territorio, sono diventati il principale introito per i bilanci comunali (11). Se non addirittura impraticabile, risulta una questione di eccezionale scrupolo e competenza per un’amministrazione anteporre a stringenti necessità economiche questioni che diventeranno determinanti soltanto nel lungo periodo, soprattutto in assenza di un sistematico esercizio di controllo sulla propria azione di governo, che è invece valutata in relazione al solo rispetto formale delle normative regionali e dei parametri di crescita dei piani provinciali, piuttosto che dagli stessi cittadini per il consenso accumulato, che dipende pur sempre da ragionamenti a breve termine.

La questione che si pone con una certa urgenza non riguarda semplicemente l’immagine, sebbene sia proprio il paesaggio a mostrare l’esasperazione di una mutazione concentrata negli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Una tutela del territorio che si limita a conservarne l’apparenza è innanzitutto parziale e mal posta. Con questo atteggiamento si rilevano le modificazioni più appariscenti, poste nei contesti più noti, senza alcuna inerenza col bilancio tra risorse consumate e benefici ottenuti. Si considerano dannosi alcuni interventi che dal punto di vista ambientale possono pure ottenere un bilancio positivo, come una costruzione in zona già urbanizzata o la realizzazione di una ferrovia capace di competere con la mobilità privata su gomma.

Immagine di un insediamento disperso in Emilia Romagna (fonte: bing.com)

Passano invece inosservate le abitudini più dannose, come appunto le espansioni più estese e disperse, poste sui terreni fertili del nostro territorio.

Si ritengono senz’altro urgenti le proposte dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, volte ad ottenere un disegno legislativo unitario sul governo del territorio e un monitoraggio sistematico dei cambiamenti d’uso del suolo.
Vorrei qui però evidenziare la necessità di un cambiamento di atteggiamento, rispetto a quello che Caliandro e Sacco, nella loro analisi alla contemporaneità italiana, definiscono “la cultura della tomba”, dove l’innovazione e l’attività tipiche della cultura sono sostituite da una mera salvaguardia di un patrimonio esistente che, svuotato di ogni legame con la società, diventa patina superficiale e urna funeraria di una ricchezza ormai rimossa (12).
La tendenza a valutare ogni cambiamento in virtù della conformità all’immagine collettiva della città o del territorio è pericolosa in quanto frustra la qualità della trasformazione e le opportunità sociali, ambientali ed economiche che può comportare.

Senza un approccio dinamico su questi temi non si capisce come sia possibile progettare un futuro consapevole all’evoluzione del nostro territorio.

Articolo di:  Matteo Buldini

1 Su nongrattiamoilcielo.org le fasi e le ragioni della protesta da parte del comitato “Non grattiamo il Cielo di Torino”, nato in opposizione alla costruzione del grattacielo di Intesa San Paolo. Il dissenso si è in seguito esteso ad altri interventi in corso di realizzazione o in previsione, sia nel centro abitato di Torino che in altre città.

2 milano.corriere.it, I cinque ecomostri che feriscono Milano. Oltre all’edificio mai completato dello scalo ferroviario di San Cristoforo sono riportati un’antenna Telecom, un ponte scollegato dalla viabilità, un hotel mai ultimato, un edificio di Ferrovie dello Stato mai utilizzato. Su albori.it il progetto di recupero dell’ecomostro.

bologna.repubblica.it, Palazzi che oscurano il liberty e torri di vetro. Vi piace la nuova Bologna?.

4 Su ecomostri.it la lista degli edifici segnalati da Legambiente.

5 La vicenda su ilfattoquotidiano.it, Gli ecomostri? Anche sull’Appennino. Case con piscina nell’oasi protetta.

6 Istat, Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, Agricoltura – Struttura delle aziende agricole, 2011.

7 Osservatorio Nazionale sui Comsumi di Suolo, Primo rapporto 2009, Maggioli editore.

8 Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo, Consumo suolo comuni Lombardia, novembre 2011.

9 European Environment Agency, Report n. 10/2006, Urban Sprawl in Europe. The Ignored Challenge.

10 Jessica Bridger, Close to home, in Topos 76.

11 Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione Cemento, Einaudi, 2010.

12 Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, Italia reloaded. Ripartire con la Cultura, Il Mulino, 2011.

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