IMPORTAZIONI “MADE IN ITALY”…

16 dic 2011, Posted by Pisutzu in cibo sostenibile,news, No Comments.

IMPORTAZIONI “MADE IN ITALY”…


Secondo una ricerca di Coldiretti resa nota all’inizio del 2011, in Italia almeno una pizza su due contiene ingredienti provenienti dall’estero, senza alcuna indicazione a beneficio dei consumatori che, disinformati,  credono di mangiare prodotti tradizionali italiani. In molte pizzerie italiane viene servita, secondo Coldiretti, una pizza a base di pomodori cinesi, cagliate provenienti dall’Est europeo al posto della mozzarella nostrana, olio d’oliva tunisino o spagnolo, o addirittura olio di semi al posto dell’extravergine italiano, e farina canadese o ucraina.
Per scongiurare questo fenomeno nel marzo del 2011 è stata inoltrata all’Unesco la richiesta di inserire «l’arte tradizionale dei Pizzaiuoli Napoletani» nella lista dei Beni Immateriali Patrimonio dell’Umanità, in seguito all’inserimento della Dieta Mediterranea.
La vicenda della pizza è solo una delle tante sfaccettature della truffa: sono infatti moltissimi i prodotti che arrivano dall’estero in Italia e “diventano” in segreto prodotti italiani.
Quasi la metà dei prodotti che appaiono sulle nostre tavole provengono dall’estero, o sono lavorati con materie prime provenienti dall’estero, nonostante le etichette, le denominazioni protette, le descrizioni sulle confezioni che con orgoglio nazionale esibiscono la tipicità del prodotto e il suo legame con il territorio italiano. I prodotti giungono da ogni parte del mondo: dai Paesi del Nord Europa, dall’America Latina, dall’Est europeo, dall’Asia. Dall’inchiesta di Coldiretti emerge che la maggior parte della pasta arriva dalla Grecia, il grano dal Québec e dalle Isole Barbados, il prosciutto dalla Scandinavia, il latte da Germania, Lituania, Polonia, le cagliate addirittura dalla Bolivia, le mele nostrane partono dall’Argentina e i kiwi dal Cile.
Arrivata in Italia, un’enorme porzione della merce che effettivamente verrà venduta come non autoctona viene mescolata ai prodotti italiani, arriva a aziende alimentari che producono anche prodotti DOP o DOC, e da lì “diventa” italiana, viene spacciata per italiana, con un giro di imbrogli e truffe che secondo le stime vale ogni anno 60 miliardi di euro.
Dalle frontiere entra praticamente di tutto, con risultati catastrofici per il settore agroalimentare italiano: due prosciutti su tre venduti come italiani provengono da maiali allevati all’estero, tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro contengono latte straniero, un terzo della nostra pasta è fatto con grano importato, addirittura a volte con miscele di grani teneri, la metà delle nostre mozzarelle derivano la latte o peggio da cagliate straniere, i pomodori sono più che altro cinesi (dalla Cina nel 2010 sono arrivati in Italia 100 milioni di chili di pomodori).

Ovviamente, i consumatori sono all’oscuro di ciò, perché non è obbligatorio scrivere sulle etichette la provenienza delle materie prime. Tutti questi e altri prodotti vengono venduti come italiani. Le importazioni ormai non riguardano più soltanto i “tarocchi” tradizionali, conosciuti, come pomodori cinesi, mozzarelle lituane, mortadelle di mucca.. Oggi vengono immesse in Italia tonnellate di cibi insospettabili, troppo tradizionali, troppo “italiani” per immaginare che siano falsi.
Le rotte attraverso cui questi alimenti giungono in Italia sono quelle tradizionali dell’Import, seguite da tutti i prodotti esteri che poi verranno effettivamente venduti come non autoctoni. Parallelamente varie industrie alimentari, anche colossi italiani che fanno dell’italianità delle materie prime e della genuinità il loro cavallo di battaglia, acquistano prodotti non italiani risparmiando anche il 70% del prezzo, poi li rivendono dopo averli etichettati come nazionali.
Il danno economico per allevatori e produttori italiani è enorme, ma anche l’immagine del Made in Italy ne esce seriamente danneggiata.
Nell’estate del 2010 Coldiretti ha dato il via ad una ricerca per rintracciare i cibi spacciati per nazionali. Non c’è stato bisogno di recarsi nei Paesi d’origine dei prodotti, è stato sufficiente controllare le frontiere del Nord Italia da cui passavano i tir, e i porti del Centro e del Sud Italia.
Monitorando i punti nevralgici delle importazioni, come i Valichi del Brennero e del Fréjus, e i porti di Ancona, Bari, Messina, Gioia Tauro, è stato possibile registrare le importazioni irregolari, in molti casi attivate da marchi molto noti. E’ emerso che le importazioni comprendevano prodotti di ogni tipo. Ai valichi del Fréjus e del Brennero sono state scoperte circa 15.000 cosce di maiale provenienti dal Nord Europa (Germania, Olanda, Danimarca), che sarebbero diventate prosciutto italiano. Infatti, seguendo i camion, si è visto che le destinazioni erano inequivocabilmente legate all’industria italiana dei salumi. I camion erano diretti a  Longhirano, patria del prosciutto, a Modena nel distretto dei salumi, e a Como, in un grosso salumificio.
Dalla Germania sono entrate anche numerose derrate di formaggio, già fornite di marchi italiani, e migliaia di litri di latte da trasformare in formaggi italiani. Il latte è uno dei prodotti più colpiti dal fenomeno: nel 2009 si stima che siano entrati in Italia 8,8 miliardi di chili di latte e derivati (panna, cagliate, latte in polvere o liquido, yogurt, formaggi..). Il latte proviene soprattutto dalla Germania e dai Paesi dell’Est europeo: Polonia, Ungheria, Slovenia, Lituania.
Anche la pasta, simbolo di italianità nel mondo, non è immune da questa truffa. Nel luglio 2010 un camion carico di 20 tonnellate di pasta italiana è sbarcato dalla Grecia e si è diretto a Parma, in uno stabilimento molto noto.
Il vero problema è che benché tutti questi traffici costituiscano un enorme danno economico e di immagine per l’Italia, essi non sono davvero illegali, ma si situano in una zona grigia a causa della mancanza di leggi adeguate. Come abbiamo già visto infatti in Italia manca una legge sull’etichettatura, e nelle etichette non è obbligatorio indicare la provenienza delle materie prime, dicitura che potrebbe scongiurare le importazioni selvagge. Il Parlamento italiano  nell’ottobre 2010 aveva proposto una legge sulle etichette, che obbligasse a indicare sulle etichette non solo il luogo di produzione e trasformazione dell’alimento, ma anche il luogo d’origine delle materie prime. La legge è stata però respinta dal parlamento Europeo. Bruxelles nel febbraio 2011 ha infatti avanzato dubbi sulla conformità della legge italiana alle norme comunitarie, e per quel che riguarda la carne e i prodotti trasformati è stato decretato che la legge era “superlativa e contrastante il diritto comunitario”. A Bruxelles è stata poi proposta una legge alternativa, che  tuttavia avrebbe reso obbligatoria solo l’indicazione di “lavorazione prevalente”, inutile per smascherare la provenienza delle materie prime. A rimetterci di conseguenza non sono i big dell’alimentazione italiana, che grazie a questa lacuna legislativa possono ancora importare a prezzi bassissimi cibi che diventeranno italiani, ma chi sta alla fine della filiera: gli allevatori e gli agricoltori italiani, e infine i consumatori. Un italiano che acquista dei cibi infatti, per quanta attenzione faccia alle etichette, non ha la garanzia che il prodotto sia realmente italiano, perché non è obbligatorio scriverlo.

Il consumatore, ingannato da marchi famosi, che ispirano fiducia e fanno leva sulla genuinità dei prodotti, sulla loro provenienza nazionale e su una grafica che richiama l’Italia, il più delle volte  prende delle fregature senza nemmeno venire a saperlo. Una legge sulle etichette quindi servirebbe non solo a proteggere e valorizzare i cibi italiani tradizionali, DOC e DOP, ma anche per fermare questa inondazione di prodotti importati che si trasformano “magicamente” in prodotti italiani.

dati : http://www.coldiretti.it/

Articolo di:  Maria Elena Mota

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